Attraverso la dieta vengono assunte la vitamina D3 (colecalciferolo, di origine animale) e la vitamina D2 (ergocalciferolo, di origine vegetale). Queste a livello epatico vengono idrossilate a 25-idrossi- colecalciferolo (25-OH-D3 o calcidiolo); questa forma a livello renale viene a sua volta idrossilata a 1,25 diidrossicolecalciferolo (1,25-OH-D3 o calcitriolo) che è la forma biologicamente più attiva della vitamina D. Il calcitriolo è presente in concentrazioni sieriche molto basse, ha un’emivita breve e non è stabile durante la conservazione a lungo termine. Il calcidiolo invece ha un emivita di circa 2-3 settimane, è stabile nel siero e rappresenta un eccellente indicatore dello status sistemico della vitamina D, perché rispecchia la quantità di vitamina D assunta con la dieta e disponibile.
Entrambe le forme di vitamina D possono essere misurate se si sospettano forme carenziali o di ipervitaminosi, soprattutto in presenza di ipo o ipercalcemia. Sebbene spesso correlino, a seconda del sospetto diagnostico è opportuno decidere se misurarle entrambe o solo una delle due, perché in alcune condizioni una può essere normale e l’altra aumentata o diminuita.
Condizioni associate a ipovitaminosi D
- carenze dietetiche (inclusa carenza di fosfati) che possono manifestarsi clinicamente con il rachitismo
- flogosi (può comportarsi come proteina di fase acuta negativa)
- malattia renale
- malassorbimento in corso di gastro-enteropatia cronica
- neoplasie (ancora non è chiaro se l’ipovitaminosi D sia causa o conseguenza di malattia oncologica)
- difetti genetici del recettore per la vitamina D
- malattie cardiache (fattore di rischio)
Condizioni associate a ipervitaminosi D
- Somministrazione iatrogena
- Avvelenamento da rodenticidi contenenti colecalciferolo
- Malattie granulomatose (molto raro)